non leggo ma leggo gli amici

di marcoparlato

Una dichiarazione diffusa dei volti noti – o nomi noti, o voci note, ci siamo capiti – dell’editoria è: non leggo libri dei contemporanei.
Che più che una dichiarazione è uno smarcarsi, un liberarsi anticipatamente dalle richieste speranzose di chi cerca uno sbocco pubblicitario ad ampio raggio.
Dunque, traduzione:
“Non leggo i contemporanei, quindi non chiedetemi di leggervi, davvero, non è per cattiveria, è che lavoro tanto, ho da scrivere, ho le traduzioni, ho le correzioni di bozze, ho le trasmissioni, ho da organizzare i festival, ho da giocare alla PS4, e poi, naturalmente, ho da leggere quello che mi va. Non leggo manco più gli amici!”

Il che sarebbe anche normale. E inoltre, persino io, se considero le mie letture annuali, mi rendo conto di leggere pochissimi contemporanei, rispetto al mio scaffale di letture che somiglia a un cimitero, e molto poco a una vetrina.
E giusto una parentesi: preferisco chi non legge per giocare alla PS4, a chi millanta interminabili lavori di redazione.

Però arriva il momento – arriva sempre! – in cui questi personaggi hanno da fare un annuncio. Hanno da dire a tutti che una bravissima scrittrice, o un bravissimo autore, che poi, ma questo non c’entra!, è anche loro amica, o amico, ha scritto un romanzo eccezionale. Un romanzo che tutti noi dovremmo leggere.

Ora, siamo alla logica spicciola.
Se non leggono i contemporanei, non leggeranno neanche l’amica scrittrice, o l’amico scrittore, ma gli faranno pubblicità senza avere aperto il libro – gli amici!
Se hanno letto l’amica scrittrice, o l’amico scrittore, allora la dichiarazione principe di questo articoletto si rivela falsa.

Alla fine se ne deduce: non leggo i contemporanei, se non gli amici stretti.
Il che è anche peggio.
Però pure io. Escluse le meravigliose lapidi che ho sugli scaffali, tra i pochi contemporanei che leggo ci sono gli amici.

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