scrittura e chullachaqui

di marcoparlato

Martedì ho visto El Abrazo de la Serpiente, un film che consiglio di recuperare.
Il protagonista pronuncia spesso la parola chullachaqui. Non spiega il significato, e probabilmente non sarebbe neanche necessario trovare un modo preciso di tradurlo nella nostra lingua, e nei nostri pensieri.

Tuttavia si capisce che questo chullachaqui sarebbe una figura priva di contenuto, uno spirito, la rappresentazione evanescente di una persona, ma non la persona.
Questo mi ha fatto pensare che anche nella scrittura esistono i chullachaqui.
Formule prive di significato, che però creano l’immagine di una recensione, di un commento.
Come il velo che si squarcia, o qualcosa che squarcia il velo.
Lo ritrovo spesso in chi parla di libri. Una storia che squarcia il velo. Il velo squarciato dall’incredibile… – se qualcosa riesce a squarciare il velo è necessariamente incredibile.

Dalla pigrizia oppure dalla incapacità di formulare qualcosa di più concreto, ecco un altro esempio: un romanzo potente.
E su quale scala, con quale unità di misura si calcolerebbe questa potenza?
Un romanzo molto potente può alimentare elettricamente un monolocale, o anche un bilocale?

Mentre invece le vite dei protagonisti che si intrecciano mi fanno tirare un sospiro di sollievo. Perché se non si intrecciassero, le vite dei protagonisti, il povero autore non potrebbe scrivere nulla.
Come anche gli autori che scattano foto vivide alla realtà. Fossero state sfocate, addio vendite!

È più forte di me. Non riesco a prendere sul serio i chullachaqui letterari, come non prenderei sul serio un fantoccio senza vita.
Un fantoccio privo della luce che irradia… Sì, la luce che irradia è un altro chullachaqui abbastanza diffuso.
Che poi, fintanto che questi chullachaqui si scoprono negli scritti di chi è alle prime armi, uno fa un sorrisino e passa avanti.
Il problema è che di recente incontro chullachaqui nati da addetti ai lavori.
E allora è difficile che mi riesca, un sorrisino.

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