meritarsi il rosso

di marcoparlato

Una delle riviste per le quali scrivevo mi mandò all’anteprima di un film italiano. Un horror.
Per questioni di brevità, non sto a elencare i difetti del film. E però c’era stata la conferenza stampa e il regista non mi era sembrato conscio dei suoi limiti. Aveva trovato un produttore, un distributore, l’aiuto di mamma rai – potete pure intonare il coro: e io pago! Credeva nel suo film, per quanto scadente.
Intanto, però, avevo poco tempo per scrivere la recensione. Che fare?
Ci pensai l’intero pomeriggio e mi decisi per una scelta morbida, definiamola così, giusto per non insultarmi.
La misi sul piano del: se va male è perché gli altri sono più forti.
Una roba tremenda, che ancora me ne vergogno.

Pochi giorni dopo che fu pubblicata la mia recensione, spuntò sulla rivista una seconda recensione dello stesso film.
Che uno penserebbe a una recensione riparatoria.
Insomma. Pure il riparatore non riuscì a trattenersi dall’annotare qualche difetto – dove scrivo difetto si legga catastrofe.
Tutto però confezionato con un tono consolatorio e incoraggiante. Del tipo: la prossima volta farai meglio! Evitando questi errori, certamente farai meglio!

Che dopo averla letta, pensai a quando si parla di calcio, che un giocatore viene espulso per una cosa da poco, che magari se gliela spezzava la gamba, all’avversario, il rosso sarebbe stato meritato. È una concezione avara della pena: e cioè, dato che la pena massima si può ottenere sia con uno sputo che con una frattura ossea, tanto vale impegnarsi a dare lavoro agli ospedali.
E io il rosso me lo diedi da solo, perché di continuare a scrivere per la rivisita mi passò la voglia. Ma era un rosso per il quale gli avventori di un bar, fossi stato un calciatore, mi avrebbero biasimato.
Glieli poteva rompere tibia e perone, almeno si divertiva!

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