una cosa seria

di marcoparlato

Leggo spesso che la lingua è una cosa seria, che i libri sono una cosa seria, che la letteratura – e cosa sarà mai, questa letteratura? – è una cosa seria.
Che mi fa paura, come espressione. Non tanto per il fatto che, tolti i bisogni primari, sono certo che i con il linguaggio nacquero anche le imitazioni e le barzellette.
Più che altro, si tratta di una concezione ecclesiastica. Sacrale.

Il libro si adora, la lingua si rispetta, le storie fanno piangere, riflettere, ma anche ridere – ma fanno ridere solo se prima fanno piangere, altrimenti non sono storie buone. Non sono serie.
Chi non rispetta questi comandamenti bestemmia, è blasfemo, è eretico, va emarginato, punito.
Una visione che nasce dal desiderio di affermarsi come migliori degli altri – altro abominio condiviso con la religione -, e che nei fatti è una visione deprimente e depressa.
Una visione alla quale, nei giorni in cui soffro maggiormente di una personale forma di rassegnazione, do la colpa della crisi del libro.

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