west berlin

di marcoparlato

Nel settembre scorso sono stato a Berlino per il Literaturfestival.
L’organizzazione mi aveva prenotato una camera all’Hotel Residenz, sulla Meinekestraße.
Ho lasciato il bagaglio in camera, sono passato per la sede del festival, e mi sono avventurato per la città, in modo da coprire le poche tappe che mi ero prefissato.
Davanti alla mappa della metropolitana, nella fermata più vicina che avevo incontrato – ma la rete metropolitana berlinese è fitta, che la cartina sembra un portaspilli, dove ogni ago è una fermata – ho subito una certa confusione mentale, dovuta in parte alla mia conoscenza nulla della lingua tedesca.
Coincidenza vuole che in quei giorni stavo leggendo Epepe. Inevitabile è stata allora l’immedesimazione con il professor Budai, arrivato in una città in cui si parla una lingua sconosciuta, incomprensibile a lui, che è linguista e conosce almeno dieci lingue; una città dove persino comunicare a gesti è problematico, e per usare la metropolitana è costretto a memorizzare scarabocchi cuneiformi. Di conseguenza gli è impossibile raggiungere l’aeroporto, per andare via, i soldi stanno finendo, non c’è nessuno con il quale parlare, nessuno che condivida poche parole in una lingua di mezzo, è prigioniero di una metropoli caotica, affollata, con file dappertutto, abitata da volti infidi, perennemente sconosciuti.

Più fortunato di Budai – i tedeschi possono nascondersi dietro metafonesi e Eszett, ma il loro alfabeto è pur sempre l’alfabeto latino – e armato di biglietto giornaliero, ho fatto il turista fino al tramonto.
Secondo la mappa, che cominciavo a padroneggiare, per tornare all’albergo dalla Porta di Brandeburgo, avrei dovuto prendere la U55 fino a Hauptbanhof, da lì salire sulla S5 e scendere alla fermata dello zoo, la Zoologischer Garten. Avrei potuto camminare, dallo zoo all’albergo, ma prendendo la U9 fino a Kurfürstendamm sarei sceso vicinissimo alla Meinekestraße.

Non so quale motivo, forse la stanchezza, mi ha spinto a chiedere informazioni a una signora dall’aspetto inglese, rivelatasi inglese con una parlata cockney.
Prendendo l’autobus, mi pare il 101, sarei arrivato nei pressi dello zoo.
Ho ringraziato la signora, e sono tornato in superficie. Ma l’autobus non mi convinceva. Forse la sprezzante superiorità che provavo nei confronti dello sfortunato protagonista di Epepe esigeva una sorta di bullismo letterario. Io posso farlo e tu, poveretto che sei, no.
Io avevo una cartina tascabile, io potevo sbagliare fermata della metro, ma in qualche modo, con un paio di cambi, sarei arrivato all’Hotel Residenz. Io potevo.
A questo si aggiungeva la meraviglia, per la quale avevo osservato la smisurata vastità di Alexanderplatz, e che mi aveva fatto indugiare più del necessario non all’aperto, ma nelle stazioni metropolitane, veri e propri paesi sotterranei, con negozi, fast food, edicole, distributori automatici dove stavano in fresco bottiglie di mate – bibita per la quale i berlinesi hanno perso la testa, e che bevono a litri, come mi è stato detto; borghi nei quali mancavano solo le abitazioni.

Sono tornato sottoterra, a passo veloce, come se sapessi che il mio treno stesse per arrivare.
Ho preso la U55, poi ho raggiunto Zoologischer Garten, infine la U9 per Kurfürstendamm, il Ku’damm, il viale storico, l’espressione del capitalismo berlinese, con i grandi marchi, i ristoranti.
Sono rientrato in albergo, dove ho letto una ventina di pagine di Epepe, con la soddisfazione dell’impresa compiuta. Sapere dove ci si trova, sapere quale treno prendere. Banalità quotidiane per chiunque, non ultimi i turisti, imprese salvifiche per lo sfortunato professor Budai.

Annunci