rubare edgar allan poe

di marcoparlato

Durante il terzo anno di liceo, il professore di lettere ci annunciò che stava riordinando la biblioteca scolastica, che se avessimo voluto sarebbe bastato chiedere a lui, e lo disse con un entusiasmo controllato a stento. L’entusiasmo di essere l’unico a maneggiare, ordinare, controllare e gestire i volumi. Oppure l’entusiasmo di avere fatto da solo una operazione nella quale un aiuto avrebbe giovato.

Sul sito del liceo c’era il catalogo consultabile della piccola biblioteca. Scelsi i racconti di Poe. Era l’edizione Einaudi del 1983, divisa in tre volumi carta da zucchero, con traduzione di Manganelli.
Mi feci portare in classe – allora la mia classe era in succursale, mentre la biblioteca in sede centrale – un volume a settimana. Che dopo la lettura, pensavo quanto fosse inutile lasciare i tre volumetti nell’aula troppo piccola per farci lezione, e dunque adibita a sgabuzzino per libri.

Pensavo che se avessi fatto irruzione, come a volte avevano fatto irruzione, di notte, alcuni ragazzi per cospargere ovunque la creolina, e bloccare le lezioni per una settimana, ecco, se mi fossi introdotto nottetempo, per rubare i tre volumi di Poe, e magari qualche altro libro, sarebbe stato meglio che lasciarli lì, dove è probabile si trovino oggi.

A fermarmi fu la certezza che, se avessi rubato libri alla biblioteca, nessuno se ne sarebbe accorto. E un furto che non fa notizia non dà soddisfazione.

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