fallaci terzani

di marcoparlato

Tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007, in seguito alla morte di Oriana Fallaci, avvenuta a settembre, in libreria ci fu l’impennata di vendite tipica dell’autore deceduto e alimentata, solitamente, da almeno un volume inedito post-mortem.
Che poi alcuni autori scrivano più da morti, che da vivi, questo è un discorso che ignoreremo. Pure essendone consapevoli.
Nel frattempo, almeno per quanto riguarda la libreria dove lavoravo, continuava a macinare vendite anche Tiziano Terzani, scomparso due anni prima.

Se per Terzani mi sorprendevo a ogni vendita – era notevole che l’effetto morte persistesse dopo due anni – per Fallaci ricordavo gli articoli e gli scritti sparsi che avevo letto.
Per esempio di quando invitava il comitato del Pulitzer, premio che non aveva mai ricevuto, a ficcarsi il premio in gola, perché se proprio avessero voluto darglielo lei non avrebbe saputo cosa farsene.
Sarà stato il periodo autunnale, in cui l’uva si trova con facilità, ma io quando lessi l’articolo pensai a una vecchia favola di Esopo.

Oppure gli articoli successivi all’11 settembre 2001 nei quali, senza mezzi termini, Fallaci spronava ad andare in guerra, a bombardare, a fare tutto ciò che fu concretamente fatto da Bush, Blair e co.
Che mi domando: ma questi che oggi si scusano con Oriana Fallaci, si scusano di non essere andati di persona in guerra con Bush, Blair e co.?

E quindi avevo un mantra, che ripetevo a mente ogni volta che un cliente acquistava Terzani o Fallaci.
Per chi comprava Terzani:”Meglio tardi che mai.”
Per chi comprava Fallaci:”Buona guerra!”

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