thireòs

non bevo caffè

Non bevo caffè.
Come fai? Ma dai. Macché.
Quando sono con qualcuno al bar, per prendere un caffè, racconto che io conduco normalmente la mia vita, senza caffè.
Bevo il caffè americano, di mattina. Preferisco un beverone annacquato, sì. Durante la giornata, sto senza.
Come fai? Ma dai. Macché.
A mettermi in difficoltà è che questo caffè spesso vogliono offrirmelo. Ma non bevendone, dovrei ordinare qualcos’altro. E qualcos’altro, anzi, nient’altro costa quanto un caffè. Anche per pochi centesimi in più sento di turbare le aspettative di chi vuole offrirmi un caffè.
Quindi ho cominciato a ordinare pure io un caffè.
In questo modo mi sono reso conto che quando sono con qualcuno al bar, e questo qualcuno vuole offrirmi un caffè, non sono costretto a spiegare che io non bevo caffè. Perché in realtà lo bevo. Per evitare la tiritera descritta sopra.
Quindi, di fatto, io bevo caffè. Offerto.

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non si sa mai

Vi siete accorti che il destino della letteratura combacia quasi sempre con le novità dei grandi editori?
Per spiegarmi: il Grande Editore pubblica un romanzo storico, e guarda caso nell’anno in cui, ce lo dicono gli esperti, sta rinascendo il romanzo storico. Soprattutto grazie al nuovo romanzo storico pubblicato dal Grande Editore.
Dopo un anno – per la sfortuna dell’infante romanzo storico – il Grande Editore pubblicherà una raccolta di racconti. Perché? Perché non solo i racconti stanno tornando (?) di moda, rispetto al romanzo, ma inoltre il Grande Editore ha messo sotto contratto il più bravo autore di racconti su piazza.
Che è frustrante per gli editori piccoli, i quali da tempo pubblicano bravi autori di romanzi storici o di racconti; eppure, tu guarda che sfortuna, mai al momento giusto.

Queste coincidenze incredibili non intaccano di molto la mia attività di lettura.
Per colpa mia, lo specifico subito: sono un lettore pessimo, anacronistico, ridicolo, miserabile, un lettore inaffidabile per chiunque lavori oggi in editoria.
Nominatemi l’autore del momento e rimarrò a guardarvi intontito.
A essere sincero ogni tanto spero in una sequela di coincidenze ancora più incredibile di quelle citate sopra. E cioè spero che torni in auge, per esempio, Giovanni Papini. E non solo che torni in auge, ma che torni pure in vita, con un inedito già scritto. Un inedito che si riveli la migliore opera del miglior Papini, riconosciuto quale migliore autore italiano del momento, pubblicato dal Grande Editore.
Che è davvero assurda come idea.
Ma con i grandi editori non si sa mai.

scrivere, leggere, promuovere. una cosa alla volta

Dopo l’uscita di Tiroide ho conosciuto e incontrato molte persone. Che è l’aspetto più interessante di pubblicare un libro.
In seguito a presentazioni e partecipazioni a eventi, ho anche incontrato editori e responsabili, o collaboratori, di case editrici. E quindi è normale parlare di libri – sì, ancora, sempre, siamo una comunità monomaniacale.

Che molti parlassero del mio libro senza averlo letto non è un problema. Il problema, volendo essere… problematici, è che sia la norma. Ma adesso scriverò d’altro.
E cioè scriverò che spesso questi editori e responsabili, o collaboratori, di case editrici parlavano dei libri che avevano pubblicato.
E a me faceva piacere, perché io, quasi sempre, quei libri li avevo letti.

Il punto è che dopo qualche minuto mi rendevo conto che questi editori e responsabili, o collaboratori, di case editrici stavano promuovendo i loro i libri.
E io avrei voluto dire che non c’era bisogno, con me, di promuovere i loro libri. Perché io, quasi sempre, i loro libri li avevo letti, li stavo leggendo, li avrei letti di lì a poco – una decisione già presa.
Ma trovavo inopportuno farglielo notare – di nuovo. Quindi rimanevo ad ascoltare, e pensavo che io, invece, se proprio devo parlare dei miei libri, ne parlo e basta.
Sicuramente perché non sono bravo a promuovermi.
Sicuramente perché – a mia volta monomaniaco in una comunità monomaniaca – parlando di un libro non saprei fare altro che parlarne e basta.

A proposito, i miei libri sono uno e due.
Ma non ditemi che inserire un paio di link è sapere fare promozione.

a cosa serve il latino

Molto spesso ho assistito a dialoghi sull’utilità dell’insegnamento del latino.
In questi dialoghi c’è una risposta ricorrente: il latino serve a darti un metodo di studio.

“Serve a darti un metodo di studio” è un’espressione vuota, priva di contenuti, di idee, di personalità, di amor proprio. Una risposta che vorrebbe essere definitiva, ma che in realtà dimostra l’incapacità di argomentare.
È un significante che non può avere significato.
Il metodo di studio può aiutare a imparare il latino. E un metodo di studio è, per esempio, scrivere per cento pagine la coniugazione di un verbo.
Metodo di studio che si utilizza anche per imparare la lingua italiana.
Metodo di studio che si utilizza per qualsiasi materia che richieda un forte uso della memoria.
Ma non l’unico. Un metodo, su tanti.

Dunque il latino è una materia, che si può apprendere con un qualsiasi metodo di studio, che esiste a priori, e non certo grazie alla lingua latina stessa.

Ora, visto che ho detto di assistere a tali dialoghi senza intervenire, confesserò che per me il latino si potrebbe ancora insegnare – ma giusto per accontentare i più pigri, i più spaventati dai cambiamenti istituzionali.
Il latino a dosi minime può insegnarci a capire da dove veniamo, oppure perché la corretta dizione di pranzo richiede una z sonora. Andare oltre è dannoso. O inutile.
Mi pare che le statistiche italiane parlino chiaro sulla situazione di chi vanta titoli di studio: è alla pari, in alcuni casi al di sotto, di chi non ne ha.

Inoltre, da una persona che abbia appreso un metodo di studio non mi aspetterei mai l’uso di una espressione come “Il latino serve a darti un metodo di studio”.

per la patria

pietroburgo

Ma la cosa più strana, più incomprensibile di tutte è che degli scrittori possano dedicarsi a simili argomenti. Lo riconosco, questo è davvero inconcepibile, è davvero… no, no, non posso proprio capire. In primo luogo, non ne viene decisamente alcun vantaggio per la patria; in secondo luogo… ma anche in secondo luogo non ne viene alcun vantaggio.

[Nikolaj Gogol, Il Naso, contenuto in I racconti di Pietroburgo, traduzione di P. Zveteremich, Milano, Garzanti, edizione 2014]

non leggo ma leggo gli amici

Una dichiarazione diffusa dei volti noti – o nomi noti, o voci note, ci siamo capiti – dell’editoria è: non leggo libri dei contemporanei.
Che più che una dichiarazione è uno smarcarsi, un liberarsi anticipatamente dalle richieste speranzose di chi cerca uno sbocco pubblicitario ad ampio raggio.
Dunque, traduzione:
“Non leggo i contemporanei, quindi non chiedetemi di leggervi, davvero, non è per cattiveria, è che lavoro tanto, ho da scrivere, ho le traduzioni, ho le correzioni di bozze, ho le trasmissioni, ho da organizzare i festival, ho da giocare alla PS4, e poi, naturalmente, ho da leggere quello che mi va. Non leggo manco più gli amici!”

Il che sarebbe anche normale. E inoltre, persino io, se considero le mie letture annuali, mi rendo conto di leggere pochissimi contemporanei, rispetto al mio scaffale di letture che somiglia a un cimitero, e molto poco a una vetrina.
E giusto una parentesi: preferisco chi non legge per giocare alla PS4, a chi millanta interminabili lavori di redazione.

Però arriva il momento – arriva sempre! – in cui questi personaggi hanno da fare un annuncio. Hanno da dire a tutti che una bravissima scrittrice, o un bravissimo autore, che poi, ma questo non c’entra!, è anche loro amica, o amico, ha scritto un romanzo eccezionale. Un romanzo che tutti noi dovremmo leggere.

Ora, siamo alla logica spicciola.
Se non leggono i contemporanei, non leggeranno neanche l’amica scrittrice, o l’amico scrittore, ma gli faranno pubblicità senza avere aperto il libro – gli amici!
Se hanno letto l’amica scrittrice, o l’amico scrittore, allora la dichiarazione principe di questo articoletto si rivela falsa.

Alla fine se ne deduce: non leggo i contemporanei, se non gli amici stretti.
Il che è anche peggio.
Però pure io. Escluse le meravigliose lapidi che ho sugli scaffali, tra i pochi contemporanei che leggo ci sono gli amici.

come si fa un libro

Esiste un pregiudizio diffuso, per il quale il passaggio da proposta editoriale a libro pubblicato è immediato.
L’autore propone, l’editore approva, la tipografia stampa.
Compiuta questa catena, il pregiudizio si evolve: è normale trovare errori nel libro, dato che, secondo la catena del pregiudizio, non vi è revisione.

Per questo mi piace dire, anche più volte, ripetendomi con petulanza, che un libro è fatto di decisioni.
E le decisioni, per un motto comune e di buon senso, è bene non prenderle alla leggera. Passa del tempo, non per forza trascorso con le mani tra i capelli seduti a un tavolino. Certe decisioni le si lascia a lievitare.

Dove voglio arrivare in concreto?
Che le decisioni comportano scelte, e le scelte sono consapevoli.
Una virgola non va messa o lasciata per caso. Un congiuntivo non rispettato è una scelta consapevole.
Anche scrivere un romanzo con sole quattro vocali.
O vogliamo rimproverare a Perec di non avere studiato bene l’alfabeto?
I libri, per nostra fortuna, non sono temi in classe. E mai dovrebbero.

Poi, queste scelte, possono piacere oppure no.
Come la fine di un rapporto.
È legittima la scelta di lasciarci? Purtroppo sì.
Ci piace? No. Oppure, dopo un pochino, ci accorgeremo che è stato meglio così. Ma questo, nel merito della decisione di chi ci ha lasciato, conta nulla.

scrittura e chullachaqui

Martedì ho visto El Abrazo de la Serpiente, un film che consiglio di recuperare.
Il protagonista pronuncia spesso la parola chullachaqui. Non spiega il significato, e probabilmente non sarebbe neanche necessario trovare un modo preciso di tradurlo nella nostra lingua, e nei nostri pensieri.

Tuttavia si capisce che questo chullachaqui sarebbe una figura priva di contenuto, uno spirito, la rappresentazione evanescente di una persona, ma non la persona.
Questo mi ha fatto pensare che anche nella scrittura esistono i chullachaqui.
Formule prive di significato, che però creano l’immagine di una recensione, di un commento.
Come il velo che si squarcia, o qualcosa che squarcia il velo.
Lo ritrovo spesso in chi parla di libri. Una storia che squarcia il velo. Il velo squarciato dall’incredibile… – se qualcosa riesce a squarciare il velo è necessariamente incredibile.

Dalla pigrizia oppure dalla incapacità di formulare qualcosa di più concreto, ecco un altro esempio: un romanzo potente.
E su quale scala, con quale unità di misura si calcolerebbe questa potenza?
Un romanzo molto potente può alimentare elettricamente un monolocale, o anche un bilocale?

Mentre invece le vite dei protagonisti che si intrecciano mi fanno tirare un sospiro di sollievo. Perché se non si intrecciassero, le vite dei protagonisti, il povero autore non potrebbe scrivere nulla.
Come anche gli autori che scattano foto vivide alla realtà. Fossero state sfocate, addio vendite!

È più forte di me. Non riesco a prendere sul serio i chullachaqui letterari, come non prenderei sul serio un fantoccio senza vita.
Un fantoccio privo della luce che irradia… Sì, la luce che irradia è un altro chullachaqui abbastanza diffuso.
Che poi, fintanto che questi chullachaqui si scoprono negli scritti di chi è alle prime armi, uno fa un sorrisino e passa avanti.
Il problema è che di recente incontro chullachaqui nati da addetti ai lavori.
E allora è difficile che mi riesca, un sorrisino.

murgia e cordelli

Qualche giorno fa Michela Murgia ha stroncato in televisione il nuovo romanzo di Franco Cordelli, e cioè Una sostanza sottile.
Mi è ormai impossibile essere tifoso con il calcio, figuriamoci tifare in una baruffa simile. Questa mancanza la si paga con la popolarità, visto che il pubblico preferisce lo schieramento cieco e ottuso, rispetto al ragionamento.
Ma senza divagare, e senza cadere in un complottismo che per una volta potrei ritenere giustificato – Murgia e Cordelli pubblicano entrambi per Einaudi, e allora basta che se ne parli! – senza distrarsi, insomma, mi sono soffermato su ciò che mi interessa maggiormente: le parole.

Michela Murgia definisce il romanzo di Cordelli poco evocativo, perché “Questo libro una trama non ce l’ha”.
Per sottolineare questa sua idea, Michela Murgia ha fatto proiettare sullo sfondo dello studio televisivo l’immagine di una tela vuota.
Ecco, non sono proprio certo che una tela vuota possa essere poco evocativa, mentre sono più che certo di una cosa: un libro può essere molto evocativo anche senza una trama.

Ma ciò che più mi ha stupito è stato sentire Michela Murgia continuare.
E cioè, ha detto Michela Murgia:”Questo libro una trama non ce l’ha.” E poi ha detto subito:”C’è un uomo malato che si ritira in provenza con la figlia, in un viaggio…”
Che a me sembra una trama.

borghesemente povero

papini

In quei tempi ero povero, decentemente ma atrocemente povero. (Ho sempre odiato, e anche oggi, quelli che son nati vicini ai portafogli pieni – quelli che hanno potuto comprare quel che hanno desiderato, quasi sempre). Ero borghesemente povero senza fame e senza freddo ma soffrivo.

[Giovanni Papini, Un uomo finito, Vallecchi Editore Firenze, X edizione, 1920]